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JAZZ CORNER — il Blog di Leonardo Boni

Leonardo Boni

LEONARDO BONI - Un giovane economista, appassionato di basket che nei timeout coltiva un grande interesse per la musica e per il jazz.

Lou Donaldson

Lou Donaldson. La leggenda del "grassone". Sono stato introdotto al talento del sassofonista di oggi con questo appellativo.

La stazza in effetti c'è. Tutta.

Lo scorso anno fece una serata al Blue Note, una sola. Sì, è una leggenda.. ma per quelli che lo conoscono aggiungerei. Più di 80 anni ed ancora in giro per i jazz club a sfornare più o meno il solito repertorio, insieme ad un'organista giapponese (bravissima) e ad un batterista. Perche? Vi chiederete..

Facile a dirsi. Col jazz, di rendita, vivono in pochi.. e a Milano, quella sera esordì così:

"Good evening everybody.. Welcome to Blue Note Milano.. It's good to be here, thank you all for coming. Actually,I need bucks.."

Risate del pubblico. Malinconiche però. C'era anche Nick di Radio Montecarlo.. Perchè veramente Big Lou è una leggenda. Un jazzista che ha lavorato con i migliori, sempre, nonostante non avesse tutto quel talento che lo portasse ai livelli di Joe Henderson e Coltrane.

L'armonia è la padrona di Gravy Train, l'album di oggi, ovvero il suo picco in termini di notorietà e composizione. Niente virtuosisimi, niente tipo Ornette Coleman per capirsi.

"South of the Border" è il classico pezzo che "ti" aspetti. Ordinato, pulito, composto. Sax, pianoforte, sax. Niente è fuori posto con Big Lou.

E nel '61, quando si iniziava a fare qualcosa di psichedelico nel Jazz, o almeno ci si provava, Lou non si scomponeva di una virgola. Un Jazz da ballare come in "Polka Dots and Moonbeans". Fin troppo dolci le spazzole in sottofondo. Ma è tutto ben organizzato.

"Candy" è veramente dolcissima, non a caso. Difficile non innamorarsi del suo sequenziale alternarsi di assoli, sempre ben capitanati da Lou.

Lou Donaldson può essere un ottimo inizio per chi non si è mai affacciato al Jazz, ed intende entrare da una porta facile da aprire. Vi si possono assaporare le fondamenta dell'architettura musicale, senza sforzarsi, solo ascoltando.

Un album facile, ma non per questo banale. Perchè l'ispirazione, l'improvvisazione e il "fotterti" il cervello sono all'ordine del giorno in tale ambiente. Con Lou è diverso. La sobrietà regna. Ed è un ottimo punto di partenza. Siamo alla radice profonda del Jazz, e questo è emozionante. Un'espressione musicale de-personalizzata. E non credete che sia facile. La sua personale interpretazione sfocia nel dimostrarne la pura essenza.

Lou Donaldson è un jazz standard. Si parte da qui, e si va avanti.

Leonardo Boni

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