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LEGAMI D'AMORE — il Blog di Malena ...

Malena ...

Sono nata in un paese straniero e provengo da una famiglia italiana. Fin da giovane le persone si sono sempre confidate con me: donne, giovani, figlie, nipoti, sorelle, comari, amici. Restavano ore a raccontarmi le loro storie e i sentimenti provati durante i loro vissuti. L'argomento più chiacchierato è l'amore in tutte le sue sfaccettature e ho deciso pertanto di parlarne affinché si possa trarre spunto per riflettere sulla differenza di genere.

Senza parole - 1

. — Nessuno nasce con la nozione di morire e nemmeno con l’idea di restare in vita come un vegetale.

Mi chiamo Claudia e sono in questa condizione. Gli altri non sanno niente del mio mondo. Sono a cento passi dalla morte e niente mi appartiene perché non riesco a tradurre ciò che sento a parole ma come osservatore da un’altra dimensione vi racconterò di me e di come in realtà sto in questo esistere.

I miei grandi occhi color nocciola sono abitualmente aperti, anche se non seguo con lo sguardo nessuno degli stimoli visivi che mi arrivano.

Tutti credono che non abbia alcuna coscienza di me né dell’ambiente circostante e nella mia testa, in effetti, nessuno è presente.

Alle volte dormo, come tutti del resto e gli altri naturalmente si accorgono di questo ma quando mi stimolano, reagisco a modo mio. Loro non comprendono e, del resto è giusto sia così.

Spesso mi muovo spontaneamente, sbadiglio, mastico, faccio delle smorfie, respiro e deglutisco, seguendo un mio «non pensiero» senza alcuna finalità e i miei cari s’incollano a questo filo di speranza.

Sono in questo stato da più di trenta mesi insieme a sogni mai realizzati, per cui per tutti, la mia possibilità di recupero è nulla.

Forse nemmeno ho voglia di tornare alla reale vita quotidiana fatta di problemi, di persone lamentose, di futili questioni per le quali la gente perfino si scanna.

I miei amici hanno vissuto l’evento come se in realtà fossi già morta, ma forse è meglio così. È meglio per loro, pensarmi defunta, piuttosto che considerarmi la «morta vivente».

Ebbene vi confesso che non soffro per loro non potendo, ma ad ogni modo, vorrei dire a tutti, alcune cose.

Per questo ho deciso di scrivere la mia storia con la penna immaginaria nello spazio temporale invisibile del mio tempo senza fine.

Tutto inizia in un giorno qualunque, in una strada percorsa da me un mucchio di volte.

Sono in sella al mio scooter e indosso il mio casco integrale tenuto rigorosamente slacciato come richiede l’incoscienza dell’adolescenza. Ho mille pensieri per la testa, anche se è sabato e fino a lunedì non andrò a scuola. Ho, infatti, l’interrogazione di storia e da buona «secchiona», come mi chiamano i miei compagni di classe, organizzo nella mente le ore di studio da dedicare domani mattina anche se domenica. E quasi l’ora di cena e sono molto in ritardo. Mi chiedo come mai la mia compagna di banco, Paola non ha risposto al mio messaggio su WatsApp e ad Anna che ha il telefono spento. Pioviggina, anche se siamo di maggio. Giornata strana per la stagione, oggi è stata poco assolata anche se calda, con qualche piccolo risvolto piovoso. Ho perfino sorriso, intravedendo in lontananza l’arcobaleno. Di lì a notte pioverà.

«Ma che fine hanno fatto le mie amiche del cuore nonché compagne di classe?». Sorge spontaneo il pensare.

Punto dritta verso una meta certa, in un percorso tortuoso e ignoto, senza limiti. I confini e gli spazi si deformano fermando il tempo che corre veloce, molto dolcemente. Come se assistessi alla proiezione del film della vita dal segnato destino, mi vedo mentre sbando sull’asfalto umido. Il corpo prosegue su di una strada infinita verso il marciapiede di quella maledetta rotonda. La mia testa incontra la dura pietra e li, lascia la mia coscienza. Grido nell’incoscienza: «Non voglio perdermi!». Nessuno ascolta.

I soccorsi occorrono immediati, come succede sempre in questi casi. Più di un passante chiama l’ambulanza e in tempo irreale arriva la sirena che sbraita l’allarme. Lampeggianti, blu nel caos infernale di quel momento, avvisano i più distanti che lì, succede la tragedia. Non sento niente e tutti, invano, si preoccupano per me. In realtà sto bene, mi limito a guardare ciò che accade con gli occhi dello spirito. Il personale dell’ambulanza attiva l’elisoccorso e sono caricata in pochi minuti andando in volo verso un Centro speciale per chi ha subito un trauma cranico grave. Sono distante dal mio corpo ma rimango lì senza la mia volontà. Chi decide tutto questo? Io ho bisogno di muovermi in qualche direzione e non vorrei restare prigioniera di un corpo vivo con un’anima, senza alcuna possibilità.

Mi viene a mente una fiaba persiana che comincia con questa frase:

«C’era taluno, non c’era qualcuno, oltre al buon Dio non c’era nessuno» mentre mi posizionano il collare e sono imbracata sulla spinale.

Voci concitate da chi mi soccorre:

«Presto, presto, la situazione precipita».

Ancora urla:

«Non perdiamo tempo...ma quando arriva questo elicottero?».

Chi mantiene in parte il controllo delle proprie emozioni cercando la calma dove difficilmente si trova, dice:

«Sta arrivando, è solo questione di minuti, ho già preso un accesso venoso…». «Facciamo qualche farmaco!».

Di rimando il medico risponde:

«Si, si…».

Mani che mi toccano, occhi che scrutano ogni mia reazione, i cenni di dissenso con la testa che mossa da una parte all’altra indica la diagnosi nefasta per me e per il mio stato di salute.

Sento in lontananza il ronzio dell’elicottero appena sopra le teste dei presenti che scendendo al suolo si adagia in mezzo al prato della rotonda.

L’erba è schiacciata mentre le pale lentamente smettono di girare freneticamente per consentire ai soccorritori di farmi innalzare tra le nuvole invitanti.

Sono collegata alle macchine che controllano le funzioni del mio corpo che del resto non ha niente.

Le mie ossa sono integre, il mio cuore sano, gli altri organi interni non hanno subito nessun trauma ma ahimè la mia testa si è frantumata.

Il pronto soccorso pullula di gente ma io ho la precedenza su tutti in «codice rosso» fermando il traffico come negli incroci col semaforo con la differenza stavolta di passare senza avere il «verde» e dentro di me sorrido per questo.

Il medico che mi prende in carico esclama con fretta smisurata:

«Presto andiamo a fare la TAC».

Emorragia cerebrale declama la macchina regalandomi questa diagnosi di pre morte.

Si consultano un mucchio di camici bianchi e, le divise di diverso colore, si smuovono per portarmi in sala operatoria.

Le voci si odono da più parti:

«E spacciata, non può farcela e il danno è troppo esteso!».

I miei lo devono sapere. A qualcuno l’arduo compito di chiamare.

Prendono il mio zainetto rovistandone l’interno, trovano il mio cellulare e carpiscono il numero di mia madre.

Chiamano. Il telefono squilla a più riprese.

Vorrei dire loro di insistere poiché la mia mamma non lo tiene attaccato alla gonnella come facciamo noi ragazzine: mi dispiacerebbe non sapesse di me in tempo reale.

Sono egoista, forse sarebbe meglio non lo dicessero a nessuno se non dopo aver risolto la questione con me.

Non ho potere, aspetto.

Beh meglio far finta di non sentire ma immagino ugualmente mia madre in cucina trafelata ad apparecchiare e a rispondere con una mano mentre tiene il mestolo con l’altra.

Si ghiaccia il sangue insieme alla cena e tutto è lasciato lì così, non so per quanto tempo.

In un intervallo senza memoria vedo mia madre e mio padre chini su di me a distanza di pochi centimetri dal mio viso che mi tendono le mani per tenermi tra le braccia come quando ero bambina.

Sento la mia mamma quando culla e canta la nenia dei giorni antichi ma lei non esprime niente a voce ma solo a lacrime sgorganti dagli occhi sinceri di tutto ciò.

I medici parlano con i miei genitori e tristemente annunciano:

«La ragazza è molto grave!». «Facciamo un tentativo in sala operatoria per fermare l’emorragia sperando di salvarle la vita».

Pianti a dirotto e singhiozzi strozzati persi nell’abbraccio di una coppia stretta nel dolore quando il medico più anziano mormora:

«Potrebbe rimanere paralizzata o in coma perché l’emorragia è troppo allargata ed è presente una piccola lesione del midollo spinale».

Stanno parlando di me e gli angeli me lo riferiscono quando la lettiga traghetta verso la sala operatoria.

Nella stanza voci sommesse e lampade accecanti mi portano nell’oblio di un niente.

Ahimè mi tagliano i capelli, disinfettano la mia cute e infine mi addormentano senza alcuna necessità a parer mio poiché in realtà dormo già, anche se loro sperano diversamente.

Ore di attese interminabili per chi aspetta ma non per me che dal limbo universale considero i vari personaggi con le loro storie e i loro vissuti.

Mi sveglio ma non mi sveglio, non vedo oltre il muro e rimango di là dalla barricata.

La vita si sta prendendo gioco di me. Mi dice che ci sono ma non mi consente di esserci. Ma che storia è questa vacilla la mia mente:

«La mia mente?». «Quale?». «Dov’è?» la cerco invano senza trovarla senza avere nemmeno la soddisfazione di averla con me.

Ora sono in rianimazione e pur non ascoltando niente e nessuno, sono lì.

Mamma e papà passano a trovarmi bardati con tanto di mascherina e camice monouso e mi sembra di essere a carnevale.

Mi sento “cattiva” a non rispondere a nessuno dei due ma loro mantengono il silenzio e cercano di non piangere. Girano il capo dall’altra parte se una lacrima esce senza il loro consenso come a non farsi vedere. Non sanno che li scruto ugualmente con gli occhi della mia essenza, tant’è che li vedrei, anche se fossi cieca.

Quanto capisco le piante in questo momento! Non le ho mai prese veramente in considerazione.

Per questo forse il mio stato lo chiamano coma neuro vegetativo.

Sì, credo che adesso mi paragonino a una pianta. Non potevano trovare metafora migliore a pensarci bene.

Del resto mi devono nutrire, pulire, concimare e la mia vita dipende totalmente da qualcun altro.

La mente continua con le domande sceme:

«A me lo hanno chiesto cosa voglio fare?». «Forse perché non sono maggiorenne, si permettono di tenermi qui?». «E quando torno a casa?». «A quale casa e per cosa?».

«Basta pensare, ho tanto sonno e per fortuna non ho dolore da nessuna parte». «In fondo potrei considerarla una pacchia!». «Niente scuola, niente compiti, niente doveri, niente discussioni con mia madre». «Ora posso fare quello che mi pare». Mi dico.

«Si fa per dire…!». Imperterrita la mia voce interiore continua nel suo essere dispettosa.

Passa il tempo trascorrendo piano o veloce secondo chi lo esamina e a parte me, per tutti diventa una torturante attesa.

La vita continua nella sua globalità, anche per me naturalmente, ma ad ogni modo in tutti si è modificato qualcosa.

Mi dimettono senza speranza e i miei genitori mi accolgono a casa come se fossi il neonato appena arrivato ma stavolta senza la gioia della nascita ma con il pensiero in parte pago dell’avermi lì anziché sotto terra.

La mia camerina diventa un piccolo ospedale, dove è predisposto tutto ciò che mi serve, per essere bella per tutti.

Peccato non poter prendere uno specchio per vedere il mio aspetto, sono alquanto curiosa.

Mia madre non vuole che vengano i miei amici di scuola a trovarmi perché forse in parte li odia bonariamente. Sarebbe per lei troppo dover affrontare la vita quando invece vivono una morte e un lutto in casa.

Credo che il mio stato assomigli alla vita eterna ma in questo caso dovremmo chiamarla morte eterna.

Questo è il primo capitolo del libro che ho scritto insieme a Sergio Ardis e Moreno Marcucci: Insegnanti smarriti: guida alla gestione del lutto

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