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La Toscana non è terra di mafia ma la mafia c'è

Il rapporto su mafia e corruzione commissionato dalla Regione alla Normale di Pisa: "I clan puntano a fare affari e a investire proventi illeciti"

FIRENZE — La Toscana non è terra di mafia ma la mafia c’è, come diceva il giudice Caponnetto. Lo provano anche i dati del primo rapporto realizzato per la Regione dalla scuola normale di Pisa, presentato dal presidente Enrico Rossi con l’assessore regionale Vittorio Bugli. Gli interessi del clan criminali in Toscana sono duplici: da una parte fare affari e dall’altra reinvestire i proventi illeciti maturati altrove. Di qui la necessità di una fotografia puntuale del fenomeno.

Nel rapporto si legge che il porto di Livorno è diventato uno snodo centrale per i traffici di cocaina dell’andrangheta calabrese. Sono invece riconducibili ai casalesi le connessioni fra gioco d’azzardo e usura. La Maremma e la provincia di siena sono le più esposte al caporalato e al lavoro nero. Nello sfruttamento della prostituzione e nei fenomeni di tratta degli schiavi i gruppi malavitosi stranieri sono più influenti di quelli italiani. L’ultimo omicidio di matrice mafiosa è avvenuto nel 2015 a Tirrenia. Gli investimenti per riciclare denaro sporco prediligono il settore immobiliare, il turismo e il commercio. In aumento le attività mafiose legate allo smaltimento dei rifiuti così come i reati di corruzione nella pubblica amministrazione, triplicati ad Arezzo e in crescita a Firenze, Lucca e Prato. I beni confiscati alla mafia sono in tutto 392, fra cui 44 aziende.

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