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LA BIBLIOTECA DI BABELE — il Blog di Francesco Feola

Francesco Feola

Francesco Feola, cilentano di Ascea, da anni è emigrato a Pisa (per studio, per amore, raramente per soldi), dove si è laureato in Lingua e Letteratura Italiana, e dove ora è Dottorando di Ricerca in Studi Italianistici. Legge tanto e talvolta scrive qualcosa che lo soddisfa, strimpella una vecchia chitarra classica e come mentore di Pisa CoderDojo cerca di insegnare ai bambini a programmare.

​Il tempo dei nostri nonni

. — Non è mai abbastanza il tempo che trascorriamo con i nostri nonni. Ma loro di tempo ne hanno vissuto tanto, e tanto hanno da raccontarci. E in fondo non ci chiedono altro che essere ascoltati.

È quello che ha fatto Dario Danti nel suo libro Il tempo non esiste. Quattro nonni si raccontano (Edizioni ETS, 2016), in cui i veri autori, più che i protagonisti, sono proprio i suoi quattro nonni e le tante storie che gli ha sempre sentito raccontare.

Il titolo è un’affermazione piuttosto impegnativa, e certo fa venire in mente le Confessioni di Sant’Agostino: il tempo non esiste, è solo una dimensione dell’anima; ma esiste nel momento in cui lo nominiamo, quando ne facciamo memoria, e quindi Storia. Il libro di Danti racconta tante storie, le mette insieme sul filo della memoria, con un passato che per i suoi nonni sono i bisnonni e i trisnonni, quindi un passato che si tramanda di generazione in generazione. Nel tempo.

Sullo sfondo c’è Pisa, quella contadina di Barbaricina per quanto riguarda i nonni materni nella prima parte, con la vita nei campi di Aldo e Maria, la miseria, il fascismo, la Seconda Guerra Mondiale, le partite del Pisa e la quarantennale carriera del mitico maestro Benvenuti, che è proprio il nonno Aldo dell’autore. Mentre nella seconda parte del libro, per i nonni paterni, i Danti, c’è l’Umbria, Terni, c’è Verona, da dove Orfeo e Nadia, novelli Romeo e Giulietta, decidono di trasferirsi nella città della Torre pendente, c’è la prigionia dell’aviatore Danti in Texas e Missouri fino alla primavera del 1946, e c’è la prima macchina, una Seicento bianca.

Il libro si legge con la giusta leggerezza, e anzi scorrendo l’indice si può scegliere il capitoletto che più incuriosisce dal titolo, e leggerlo così come un episodio a sé, dotato di una sua autonomia narrativa (che poi, però, invoglia a leggere tutto il resto). E mentre si legge, il tempo sembra scorrere allo stesso modo di quando un nonno ci racconta una storia.

Quindi, inevitabilmente, penso al mio nonno paterno (la nonna non l’ho mai conosciuta), a quelle storie colorite che mi raccontava quando ero piccolo, troppo piccolo quando l’ho perso, e ai suoi diari, che leggo la sera prima di andare a dormire, cercandolo ancora nei ricordi di mio padre; penso all’incredibile racconto autobiografico del mio bisnonno, consegnato a quattro pagine ingiallite scritte da un semianalfabeta, e dal quale ho ricavato una novella di sapore pirandelliano.

E penso alle tante storie che i miei nonni materni ogni volta mi raccontano, storie di povertà e di emigrazione in cui spesso la realtà è mista alla fantasia, perché magari il nonno vuole meravigliare noi nipoti come fossimo ancora dei bambini, o semplicemente perché è passato tanto, troppo tempo, e i ricordi, si sa, sfumano facilmente nell’invenzione, si mischiano alle leggende, con persone e gesta che vengono mitizzate a partire da chissà quando.

Storie che prima o poi vorrei avere il tempo di trascrivere, magari registrando la loro viva voce. Così come ha fatto Dario Danti, che ha trascritto le storie dei suoi nonni, tramandandole a sua volta.

Francesco Feola

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